Testi e riflessioni

La Pratica del Quotidiano
La pratica quotidiana ha un valore enorme nella vita della persona: un atto di crescita e ricerca, che si manifesta nel prendersi cura di se stessi, questo è un atto d'amore. Il ritagliare del tempo ogni giorno per entrare dentro il corpo, le sensazioni, attivando l'ascolto profondo verso il mondo interno e lo spazio che ci circonda è un dono importante che accompagna la persona nel proprio cammino artistico e umano.

Come dice Alexander Lowen: "la felicità è la consapevolezza della crescita".
Ha un che di mistico quello che accade durante le ore della notte: la sera ci stendiamo nel letto magari esausti, durante le ore del sonno proprio nel momento in cui la nostra coscienza viene meno, il corpo rigenera la propria forza vitale, ricrea un suo equilibrio.
Anche le stagioni funzionano così: la primavera arriva, spuntano i fiori dalla terra senza che noi facciamo nulla.
Poi ci sono certe notti in cui i pensieri che abitano il giorno entrano nel corpo che non riesce a concedersi profondamente all'energia rigeneratrice della notte. Le tensioni nel corpo cercano di scaricare la loro forza mediante movimenti involontari che ci fanno rigirare nel letto accompagnati da sogni che diventano realtà nella mente parzialmente cosciente.Dopo queste notti dove il riposo non è stato rigeneratore, in queste mattine è possibile attivamente stimolare i meccanismi dell'organismo che ci inducono a ricreare l'equilibrio. Tramite un rilassamento profondo possiamo osservare le tensioni fisiche e i pensieri conducendoci nell'abbandono per accogliere nuova energia fatta di ossigeno pulito.

Nei momenti di "preparazione" l'attore-danzatore può aprire i canali di comunicazione verbale e non verbale per elevare il livello di scambio energetico con l'ambiente,infatti l'essere vivente non è altro che un veicolo di energia fisica ed emotiva che viene presa, assorbita, accolta dall'esterno e successivamente trasformata, trasmessa, espressa. Esattamente come fa ogni singola cellula vivente.
Attraverso la pratica abbiamo l'opportunità di riconoscere quali sono i blocchi che limitano il flusso di energia vitale, comprendendoli.
Innumerevoli sono le possibili tecniche che possiamo coltivare: con l'abbandono lasciamo il corpo e le nostre sensazioni ad una completa e profonda ossigenazione e fluidificazione. Un'altra via è legata alla scarica diretta delle energie attraverso una pratica attiva che ci porta a spingere, sciogliere i blocchi del corpo spingendoli delicatamente da dentro, poi c'è la vibrazione del suono nel canto nella parola.
Non ricordo chi ha detto questa frase che mi ha colpito per la sua semplicità disarmante: "Noi uomini abbiamo un numero preciso di respiri a disposizione per la nostra vita, ne uno di più ne uno di meno...conviene quindi che li facciamo il più profondi, pieni possibili". La pratica quotidiana è quindi un prendersi cura di se stessi: pulendo l'interno dalle sostanze nocive e dal "rumore cerebrale" ascoltandolo, dandogli un luogo. Mi riferisco a quei confusi pensieri che soffocano il flusso dell'energia vitale, per ricercare la pienezza nel silenzio interiore.

Il teatro e la danza parlano dell'uomo e del mondo, sono forme create dall'uomo per l'uomo. Quanto più riusciamo ad entrare dentro le sfere che ci compongono, fatte di esperienze vissute, tanto più ci connettiamo con quello che è fuori, con la forza vitale che si manifesta nell'universo.
Abbiamo tutti bisogno di una casa e il creare una propria pratica è un po' il costruire un luogo dove integrare le varie sfere di cui siamo composti: quella del neonato che ha bisogno di protezione e amore, poi c'è la sfera del bambino che vuole scoprire il corpo, mentre l'adolescente ha bisogno di esprimere l'energia esplosiva. L'adulto responsabile, prima di tutto nei confronti di se stesso, è consapevole di tutte queste parti che lo compongono come tanti cerchi uno dentro l'altro.
Unire i due lati del corpo, anche questo è un aspetto importante del lavoro individuale: il lato sinistro, quello femminile, in grado di comprendere, abbracciare, ascoltare col cuore e quello maschile, del sole che da' energia come il sole, uomo che trasforma la materia per la creazione.
Vale sempre la "Teoria della buccia dell'arancia (oppure:teoria della crosta)": è difficile e faticoso per le dita penetrare con le unghie nella buccia dell'arancia, una volta tolto il primo pezzo di buccia a seguire il secondo e il terzo, il profumo del frutto diventa sempre più forte e chiaro al naso e la buccia è sempre più facile da staccare dalla polpa. Anche il lavoro sul corpo funziona così, se non curato si impigrisce e si rinchiude nella gabbia delle tensioni, mentre dentro il ritmo della pratica che nasconde grandi scoperte si fortifica e si fluidifica.

Attraverso il correre, se è quello che vogliamo o con l'immobilità, se è questo di cui abbiamo bisogno, oppure cantando. Comunque, con una buona dose di fantasi a.

Il tempo della danza
In natura esiste il movimento improvviso: quello del lampo o della pietra che si spezza al sole, del frutto che si stacca dall'albero o della mosca che cambia direzione, dell'abbaiare del cane che rompe il silenzio.
C'è anche il tempo del fiore che la mattina sboccia e la sera si richiude, un germoglio che nell'arco delle ore del sole compie il suo ciclo di apertura e chiusura, nascita e morte. Una stagione dell'anno abbraccia un certo numero di albe e tramonti, di giornate che si susseguono, di stagioni che hanno ciascuna un proprio colore e dei profumi che arrivano e svaniscono. La luna alterna una fase di crescita e una di decrescita con un movimento continuo profondamente diverso da quello improvviso dell'insetto, o dell'oliva che si stacca dall'albero, o del guscio dell'uovo che si crepa quando un pulcino lo decide.
Il movimento principale dell'uomo è quello del petto e della pancia i quali si dilatano e si contraggono facendo entrare nel corpo aria pulita ad ogni singolo respiro.
Ogni passo che facciamo in una direzione ha una fase di "nascita" quella nella quale spingiamo a terra con un piede per sollevare l'altro nella direzione che vogliamo, successivamente quando tocchiamo il suolo con entrambi i piedi lasciamo il nostro peso al suolo e si conclude un ciclo che ricomincia spingendo la terra e alzando nuovamente un piede... Guardando un'orizzonte o stando seduto sulla roccia di fronte alla vetta di una montagna, il tempo si dilata, come se tutti i cicli : quello dell'insetto, dell'oliva, delle stagioni, dei respiri e dei passi dell'uomo facessero parte di un qualcosa di indefinitamente grande che comprende tutto, che azzera tutto.
Si può camminare a lungo, molto molto lentamente, con passi piccoli, senza staccare i piedi da terra, sempre a contatto con la superficie della terra, senza oscillare né lateralmente, né verticalmente, mentre gli occhi sono aperti e rilassati come di fronte all'orizzonte, vedendo tutto, senza guardare nulla.
Questo tipo di camminata permette all'uomo di entrare in uno stato dell'essere particolare: dove il tempo si dilata come pure il silenzio della mente, in questi momenti si può percepire un colore diverso del mondo, una percezione diversa da quella legata ai ritmi quotidiani, precisi e serrati.

La danza ci permette di entrare in contatto con questo spazio, con questo livello di ascolto che va oltre il piccolo io, infinitamente piccolo rispetto alla quantità di persone e luoghi che ci circondano, ricordandoci che attorno a noi in tutte le direzioni c'è sempre la linea dell'orizzonte, anche se non la vediamo.
Il danzare in un luogo con la sensazione chiara di essere una parte di un universo ci regala una libertà immensa che ci fa uscire dalla nostra piccola nicchia, possiamo diventare un fulmine che squarcia il cielo o un fragile fiore che regala tutto il suo profumo all'aria, una roccia che si spezza improvvisamente, dentro la quale ci sono i residui di esseri viventi fossilizzati nel corso di milioni di anni.
In un'ora di danza bastano pochi minuti di connessione profonda con questo spazio altro per assaporare la natura dell'uomo in quanto essere vivente, costituito di un'infinità di fili che lo connettono col passato più remoto e con tutte le cose e le persone del presente. In questi preziosi istanti di danza, la paura che abita i corpi delle persone si dissolve in un flusso che lo trasporta nella compassione, verso le emozioni di tutti gli esseri viventi: dal fiore che appassisce dopo che ha dato tutto se stesso, al fuoco che distrugge un'esistenza, al volo di un airone sopra il lago.

IL SILENZIO DEL CLOWN il movimento della danza.
La scoperta delle proprie personali "stranezze" è il momento in cui, mettendo a nudo la nostra anima, imparando ad accettare quella degli altri, ridiamo di noi, con gli altri, di ciò che magari abbiamo preferito nascondere.

Il mettersi in gioco indossando il naso rosso o decidendo di danzare è un lavoro che muove da un profondo rispetto per le individuali caratteristiche e dalla consapevolezza che ogni soggetto porta con sé un suo universo unico prezioso che va compreso e valorizzato. Guardando un clown il pubblico riconosce sé stesso, ha la possibilità di vedere e sentire una presenza imprevedibile, il clown, la danza sono direttamente connessi con il cuore, con le emozioni che arrivano dall'interno o dallo spazio. Non ci sono filtri, è disarmante la sincerità che può indurre ad una risata liberatoria o all'occhio lucido, nutrito dalla compassione. L'ego nel clown e nel danzatore è mostrato, palesato, esorcizzato, giocato e non utilizzato per prendere potere sull'altro o sul palco.
Un qualsiasi personaggio clownesco ha un'identità definita un carattere manifesto che possiamo incontrare nei luoghi della vita, una presenza non mascherata, né nascosta repressa è la manifestazione di un'anima mossa da un istinto, che segue le dinamiche scritte nel corpo. Lo stato clownesco è uno stato dell'essere che va aldilà di un personaggio il quale ha vita nello spazio scenico che sia il teatro piuttosto che la strada.
La presenza clown è strettamente vicina allo stato del danzatore: una persona che in quel preciso momento abbandona il corpo, allo spazio, alle energie di cui è attraversata o della quale ne è artefice.
Il danzatore così inteso e il clown sono a stretto contatto, hanno una natura comune: movimento consapevole è integrato con autenticità, istintualità e spontaneità del cuore. Il Clown, la danza sono una grande opportunità per esprimere quello che abbiamo necessità di comunicare, manifestando liberamente la nostra energia giocandola, condividendola con l'esterno.
Una volta trovata questa autenticità si aprono canali sorprendenti dai quali ci si nutre di nuova energia cambiando sguardo sul mondo sulle cose.
Mi riferisco a quella misteriosa forza che nutre l'uomo, una forza che alimenta la fiamma che trasforma le cose nella direzione della creazione libera, fluida, piena di gioia. Abbiamo un corpo che ha una forza espressiva, questa viene limitata dalle tensioni muscolari dove accumuliamo energia. Tensioni sacre che ci hanno protetto, che sono la nostra storia. Nel clown queste tensioni si palesano diventando il corpo del personaggio clownesco e partendo proprio da questa "struttura di tensioni" nasce il gioco del personaggio espandendo questa precisa postura nello spazio, mostrandola, in un atto liberatorio. Magari ci accorgiamo che questa vera natura non è poi così male non fa così tanta paura, anzi è una grande risorsa di energia vitale.
Le tensioni che segnano il nostro corpo, le caratteristiche del corpo, arrivano da dei traumi spesso emotivi, traumi del cuore ferito o tradito.
Il cuore fragile e tenero per natura, forte che fa circolare il sangue portatore di vita e energia in tutti i tessuti.
Ritengo la danza un'arte "astratta" dove non si parte da un preciso carattere, personaggio. Si cerca di lasciare il corpo ad una continua metamorfosi che attraversa mille caratteri e personaggi, una moltitudine di stati d'animo. La danza racconta un'evoluzione emotiva, un corpo nudo che si veste di anime diverse.
La fragilità diventa forza quando il danzatore prende per mano sé e il pubblico per condurlo nell'anfora delle emozioni.
La fragilità è forza perché tutti gli esseri viventi sono vulnerabili, quando mostro la mia fragilità danzando su un palco mi connetto con l'anima: le fragilità del pubblico. Io sono molto piccolo da solo, mentre se permetto di farmi abbracciare dal pubblico allora espando il mio campo a qualcosa di molto più grande di me. Dopotutto la mia vita è molto piccola rispetto la moltitudine di esseri viventi che popolano la terra ed oltre...io da solo non sono nulla, i vestiti che indosso li ha cuciti una persona magari dall'altra parte del mondo , il latte arriva da una mucca io sono frutto di un atto d'amore e io sono creatore di altro da me....Faccio, facciamo parte di un qualcosa di enorme.
La fragilità è forza perché la vita è fragile può scomparire da un momento all'altro. Un fiore meraviglioso è debole il seme che lo genera scatena l'energia vitale potentissima. La forza della vita non è altro che fragilità della vita. Una legge mistica fatta di nascita e morte.
Dovrebbe esserci un ministero del governo che si dedichi esclusivamente a queste arti.

LA DANZA BUTOH
"Se desideri danzare un fiore puoi mimarlo e sarà un fiore qualunque, banale e privo di interesse; ma se metti la bellezza di quel fiore e l'emozione che esso evoca nel tuo corpo morto, allora il fiore che crei sarà vero e unico e il pubblico ne sarà commosso".
Kazuo Ono
Invito al Butoh

Il butoh è una forma di danza 'contemporanea' nel vero e proprio senso della parola, perché nasce dall'ineluttabilità delle istanze del nostro tempo e in perfetta corrispondenza con esso. Ha avuto inizio - si dice - sul finire degli anni '50 con lo scomparso Hijikata Tatsumi; a partire del' Ankoku butoh (cioè "dell'oscurità" - n.d.t.) di quest'ultimo e grazie ad altri suoi protagonisti, il butoh ha attraversato con un'energia squassante la scena dell'avanguardia giapponese negli anni '60-'70. La sua evoluzione e i suoi sviluppi, compresa la nostra specifica esperienza, continuano dagli anni '80 in differenti parti del mondo, sia Giappone che Paesi dell'Occidente.
Che cosa ha conferito una così grande pregnanza di significati al butoh certo attraverso l'utilizzo del corpo così come è in relazione ai desideri e le aspirazioni dell'individuo, vissuto e comprendente in se' il tempo del singolo - e non quale oggetto, come richiesto dal sistema culturale predominante e dalla società - il butoh mostra il carattere antitetico delle sue forme espressive rispetto a quelle delle danze tradizionali, delle danze moderne e delle altre forme coreiche già esistenti, tuttavia è piuttosto il suo richiedere con forza una riconsiderazione di tipo filosofico dell'intera cultura esistente, e non solo di danza, teatro o musica, che lo rende quanto mai significativo.
A quasi dieci anni dalla scomparsa di Hijkata, il butoh si trova ora in un periodo, sia in Occidente che in Giappone. Questo perché, pur continuando ad essere influenzati direttamente o indirettamente dal' Ankoku butoh di Hijikata - eccellente e compiuto nella forma - ci si è discostati dal suo modo espressivo come dal suo stile, e sono apparsi protagonisti che hanno dato inizio ad una fase originale. Quello di Hijikata era dotato di un metodo e di una filosofia rigorosi e se lo si considera come la "tradizione", allora nella forma moderna si può dire che dal primo ancora dipende dal punto di vista filosofico, mentre ricerca e sviluppa un suo proprio metodo espressivo; io parlerei di "butoh come attitudine".

Piuttosto che di un genere in opposizione alle danze classiche, tradizionali, moderne, folcloristiche ecc. si tratta, in altre parole, dell'attitudine essenziale a tutte le forme coreiche e in generale espressive, quella tramite la quale verosimilmente si libera la pura essenza vitale che dimora nei nostri corpi. In questo senso si può' dire che porti in se' il germe dell'onnipresenza; di conseguenza non si deve ricercare il butoh solo nelle danze "butoh". Si è infatti corso spesso il pericolo di lasciare fuori dal suo ambito forme coreiche e in generale espressive che portano in loro il butoh come attitudine, pur non collocandosi in quella categoria.
Va chiarito che nell'espressione "pura essenza vitale" il primo aggettivo non va assolutamente inteso come "sana, priva di contaminazione e ricca di bellezza", è invece una purezza carica di valenze e di vitalità trascendente bellezza e bruttezza, bene e male, luce e oscurità. Proprio a causa di ciò il butoh viene a volte definito come espressione di violenza, eros, crisi, "oscurità".
Non sono un esponente del' Ankoku butoh e non posso perciò insegnare nulla su di esso. La mia azione è piuttosto volta a liberare dinamicamente l'essenza vitale; ma chi non ha nulla da insegnare può qualcosa? Potrà sembrare un'affermazione affrettata ma il butoh è , di fatto, già dentro di voi. Il mio lavoro è trasmettere un metodo per liberarlo, tuttavia ciò non è possibile per chiunque: poter danzare il butoh dipende dall'interesse, le aspettative, i pentimenti,le gioie, i drammi del vissuto, e con essi dall'esperienza e dalla memoria che dimorano o meno nei vostri corpi. Dato che tutto ciò è espressione, sono necessarie capacità e responsabilità per coordinare il tutto.
Io per primo non ho interesse per coloro che percepiscono il butoh come gestualità e forme esotiche e di conseguenza cercano meramente di apprendere la tecnica. Il butoh è una pratica in ci il corpo stesso svolge un'azione generatrice, il cui risultato è difficilmente definibile; se si "usa", al contrario, il corpo come strumento espressivo per cercare di appagare noi stessi con ciò che è fuori - senza essere coscienti di ciò che è dentro di noi - ci si allontana sensibilmente da questa pratica.
Mi auguro che aderiscano a questa iniziativa persone estremamente normali,quelle che possono condividere con altri le proprie sensazioni del vissuto, piuttosto che cerimoniosi professionisti di danza, ricchi di tecnica, o "amanti del butoh" alla ricerca di eccentricità.
Iwana Masaki, in Tokyo, 12 Gennaio 1995
(Traduzione: Daniele Sestili)

"La danza comincia col respiro e i primi movimenti della vita e conduce alla consapevolezza delle interconnessioni universali. Tu danzi con convinzione, non puoi improvvisare senza stupirti di cosa stai facendo".
Atsushi
takenouchi

Abbandonarsi al corpo
Abbandonarsi alla danza è un regalo. Danzare in qualche modo fa paura, una sorta di salto nel vuoto. Tuffarsi nella danza e come, lasciarsi cadere in un luogo non conosciuto, da i limiti incerti, dove emergono stati dell'essere profondi più o meno sommersi; stati dell'anima che hanno un tempo inconsueto, fuori "dal normale" o dal socialmente riconoscibile. Nei quali l'intimo si manifesta in movimento. Questo fa paura, perché si va oltre quelle importanti protezioni che l'uomo ha sue, ci si può sente nudi, vulnerabili.
Danzare e come arrendersi, facendo cadere delle corazze a favore di un respiro pieno del corpo. Quando la persona apre i canali corporei: i sensi, le sensazioni, il corpo attiva una respirazione organica dove l'aria in ingresso ossigena gli stati dell'essere che si trovano sotto la pelle. Il flusso di energia penetra nei tessuti, alimenta la necessità di esprimere e scaricare l'energia accumulata, un flusso di movimento fisico ed emotivo spontaneo. La spontaneità fa paura. Come se si andasse ad alimentare un fuoco interno che si diffonde in tutti i tessuti del corpo, un fuco che non si sa dove porti.
Da un lato c'è la sensazione di libertà e pienezza, dall'altro la persona toccare le radici dell'asia: la paura che coglie l'uomo quando si sente vulnerabile e fragile. Il corpo ha in se un'enorme potenzialità espressiva che in parte viene limitata dal corpo stesso che si difende. La storia della persona è scritta nelle tensioni muscolari nate e sedimentate per protezione del corpo stesso, tensioni sorte in momenti particolari dove si è vissuto un grande pericolo la vita; questa struttura protettiva ha paura di essere toccata, trasformata : ed ecco che si manifesta l'ansia, la confusione strettamente collegata all'ancestrale paura di cadere, fallire, morire.
Quando nella sala si diffonde un clima di fiducia fra le persone, quando i singoli si sentono tutelati, ascoltati, abbracciati, allora c'è la possibilità per la persona di abbandonarsi e far emerge tutte quelle energie di cui è attraversata. Danzare con l'altro fa esprimere l'intimo o quello che l'uomo percepisce come tale, il quale è costituito da sensazione ed emozioni collettive che tutti abbiamo all'interno.
Abbandonandoci alla danza ci lasciamo al bisogno di calore e protezione del neonato, emerge lo spirito di scoperta del corpo del bambino, la follia e il gioco dell'adolescente, alla forza dell'adulto, la fragilità dell'anziano.

Abbandonarsi alla danza è come abbandonarsi alla terra, alla morte, lasciano andare ciò che pesa e blocca il movimento: terra come madre che accoglie tutto dalla quale sboccia un nuovo corpo danzante.
L'andare verso la terra è un movimento che porta in se la morte, morte che terrorizza l'essere vivente, il quale allo stesso tempo nella sua esistenza cerca in continuazione di abbandonare, lasciare far morire tutto ciò che ha e che ne limita lo stato vitale.
Il corpo mentre si abbandona alla terra, al sonno, all'amore rilassa gradualmente i tessuti scaricando le tensioni; se in questi momenti la paura coglie la persona ecco che appaiono le tensioni, le difese, riportando il corpo nella verticale su se stesso nelle strutture psicofisiche dell'io.
Farsi trasportare dalla danza, dall'amore e dalle cose della vita fa paura perchè vengono a mancare quelle certezze o false certezze create. Quando in realtà è proprio in questi momenti che ci connettiamo con quella grande certezza difficilmente nominabile, ma che si percepisce con una sensazione di pace fra il corpo e quello che lo circonda, dove i confini fra il dentro e il fuori non sono definiti per una connessione con l'esterno del quale la persona ne è perte integrante, dove lo scambio con l'ambiente è diretto fluido e sorprende, stupisce.



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